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Mi chiamo Marina, sono nata a
Catania, mio padre è un puro siciliano e si chiama Domenico, detto
Mimmo, ha un carattere molto chiuso e rissoso, io e mia sorella
Alessia non sapevamo mai cosa aspettarci quando ritornava a casa la
sera. In compenso, avevamo una mamma molto buona e gentile, tanto da
saper come prendere nostro padre e questo ci dava la tranquillità.
Mia madre si chiamava Pamela ed era nata a Roma, faceva la maestra,
lavoro che ha continuato a fare anche dopo il matrimonio con papà,
aveva chiesto il trasferimento a Catania, dove avevano deciso di
stabilirsi e comprar casa. La mia adolescenza, fino ai 17 anni, l’ho
vissuta abbastanza bene, soprattutto grazie all’aiuto di mia madre
anche se era molto indaffarata con la mia sorellina che all’epoca
aveva 15 anni (tanto sorellina non era, ma io la vedevo ancora come
una bambina perché era molto fragile). Studiavo al liceo
psico-pedagogico e mi mancava ancor un anno, mia madre voleva che
andassi all’università, mentre Alessia, ancora piccola, voleva
seguire le orme di mia madre. Nostro padre la pensava invece
all’antica, diceva che le donne devono stare a casa a badare la
famiglia, mentre la mamma gli rispondeva che la schiavitù
apparteneva ai tempi antichi e che le donne non servivano soltanto a
sfornar figli ed essere succubi del marito, per dirgli questo usava
un tono dolce e ironico nello stesso tempo, tanto che mio padre non
riusciva a ribattere.
Era una bellissima mattina di
primavera ed io ero la ragazza più felice del mondo, non vedevo
l’ora di tornare a casa da scuola per raccontare a mamma che avevo
conosciuto un ragazzo bellissimo, era il fratello di una mia
compagna di classe, mi aveva guardato a lungo, si era avvicinato e
mi aveva detto: “ciao, sei per caso un angelo sceso sulla terra per
abbagliare gli occhi di qualche povero essere umano come me!” gli
risposi che non ero un angelo, ma una semplice ragazza di nome
Marina, lui disse di chiamarsi Andrea. Nel frattempo che
continuavamo a guardarci come due pesci lessi, arrivò la sorella e
lui mi disse: “ci rivedremo, adesso devo proprio andare, ciao angelo
Marina. Avevo le ali sotto i piedi. Erano le 15:00, e mia madre e
mia sorella rientravano alle 14:30, aprii la porta e dissi, come di
consueto, mamma! Alessia! Sono arrivata, ma quel giorno non sentii
la solita voce di mia mamma che partiva dalla cucina dicendo:
“vieni, è già tutto pronto sul tavolo”. Vidi Alessia scendere dalle
scale del piano superiore e mi disse che la mamma stava riposando
perché non stava molto bene, che aveva mal di testa. Era strano per
me, non avevo mai visto la mamma stare male, neanche per un mal di
testa, mi affrettai a chiedere ad Alessia se avevano chiamato il
dottore ma rispose che la mamma non lo riteneva necessario. Salii
nella sua camera, le diedi un bacio sulla fronte e provai a
chiamarla, aprì gli occhi e mi disse: “mi spiace, non ce l’ho fatta
a preparare il pranzo”, io le risposi che non c’era problema e che
ci avrei pensato io e che lei doveva pensare a riposare. Scendendo
di sotto, vidi mia sorella che era molto preoccupata, provai a
tranquillizzarla dicendole che la mamma era solo un po’ stanca e che
avrei chiamato il medico per farla visitare. Il dottore mi rispose
che sarebbe arrivato non appena terminata una visita che aveva in
corso. Cercai di non farmi vedere preoccupata, mi girai verso
Alessia e scherzando le dissi: “andiamo! Dammi una mano a preparare
il pranzo, chissà cosa facciamo saltar fuori”. Ero veramente
preoccupata, la mamma non aveva una bella cera; chiamai anche la
ditta dove lavorava papà, per avvisarlo che stava per arrivare il
dottore, lui rispose che sarebbe arrivato subito. Nel frattempo,
ritornata in cucina, Alessia aveva preparato due panini con salame,
mozzarella e insalata verde; mi guardò e mi disse: “ecco il pranzo,
meglio del ristorante, per lo meno sappiamo cosa mettiamo nello
stomaco…” le risposi che era una saggia idea e che era un pranzo da
veri re. Divorammo il panino, mettemmo in ordine velocemente e
andammo a controllare la mamma…
Aveva il respiro affannoso ed
era pallida, le toccai la fronte e scottava non poco. Speravo che il
dottore sarebbe arrivato in fretta, mentre Alessia mi chiedeva
quando sarebbe arrivato papà, ecco che la porta si apre, mentre
cominciò a salire le scale, arrivò anche il dottore che cominciò
subito a fargli qualche domanda ma papà gli rispose che era appena
arrivato anche a lui. Entrati in camera, il dottore chiede a me ed
Alessia di uscire fuori. Quando papà uscì dalla stanza, era
preoccupato, il dottore disse che dovevamo portarla subito in
ospedale. Chiamammo l’ambulanza, nel frattempo la mamma si era
svegliata ma non riusciva a dire nulla di quanto era accaduto,
riusciva solo a dire: “ho un forte mal di testa e tanta stanchezza”.
Preparai le cose che potevano servire alla mamma in ospedale, mentre
Alessia mi seguiva come un cagnolino bastonato e continuava a
chiedermi come avremmo fatto senza la mamma, si preoccupava di chi
avrebbe cucinato, chi l’avrebbe accompagnata a scuola…, la
tranquillizzai dicendo che la mamma non sarebbe stata in ospedale a
lungo e che ne avremmo parlato con papà e che l’importante era non
perdersi in un bicchier d’acqua. Niente da fare, continuava a dire:
“ci mi darà una mano nei compiti, chi mi farà ripassare la lezione”
le risposi che erano tutte cose che fino al giorno prima le faceva
la mamma e che adesso l’avrei aiutata io che ce la saremo cavata
comunque, anche con il pranzo e la cena, altrimenti saremmo andate
avanti a panini, “cosa vuoi di più! Hai preparato un bel pranzo
oggi, anche se la mamma dovesse stare in ospedale per una settimana,
l’importante che torna a casa guarita”. Si tranquillizzò e riuscii
anche a strapparle un sorriso. Non sapevo da dove mi usciva fuori
tutta quella calma e tutte quelle parole di conforto, forse
servivano per tranquillizzarmi anch’io. Non eravamo state neanche un
giorno senza mia madre, e se non sarebbe ritornata a casa? Il solo
pensiero mi fece rabbrividire. Arrivò l’ambulanza, andammo in
ospedale, la ricoverarono e le fecero i primi controlli. Tornammo a
casa, papà aiutò a preparare la cena e disse che la mattina seguente
non sarebbe andato a lavoro e che ci avrebbe accompagnate e venute
a prendere lui a scuola per poi andare di nuovo in ospedale tutti
insieme. Erano le 7:00 del mattino, io e Alessia ci eravamo appena
svegliate e papà era già pronto in cucina che stava preparando la
colazione. Squillò il telefono, papà rispose, vidi il suo viso
incupirsi, ascoltava senza dire una parola, improvvisamente saltò
fuori un urlo di dolore: “No! Perché proprio lei!” sembrava come
impazzito, io e Alessia ci avvicinammo e lui ci disse: “vostra madre
ci ha lasciati”. Non volevo sentirlo, lo avevo già capito quando
aveva esclamato perché lei! Alessia non aveva compreso, ingenuamente
disse: “papà non preoccuparti, è solo per qualche giorno, il tempo
che guarisce poi torna a casa”. Non riuscendo ad essere dolce e
comprensivo, rispose con tanto astio “è morta cretina, non tornerà
mai più a casa”. Alessia scoppiò a piangere; con le lacrime agli
occhi, per la prima volta nella mia vita risposi a mio padre con
tale cattiveria e crudeltà: “tu non sei un padre, sei un animale,
non puoi prendertela con lei se la mamma è morta, non mancherà solo
a te la sua presenza”. Si calmò dicendomi di prepararci che saremmo
andati in ospedale. Alessia si era chiusa nello studio dove la mamma
era solita correggere i compiti dei suoi alunni e dove noi
studiavamo; era terrorizzata, piangeva e tremava, io non sapevo cosa
fare, avrei voluto la mamma al mio fianco. Mi avvicinai e la strinsi
forte a me, dovevo pensare a lei, dovevo cacciar via tutte le mie
debolezze e pensare alle debolezze di Alessia, a come non farla
soffrire. Provai a dirle ce la mamma mi aveva detto che non ci
avrebbe mai abbandonate e che avrebbe continuato a volerci bene e a
guardarci anche dal posto meraviglioso dove era dovuta andare, che
ci sarebbe stata sempre vicino con la sua anima, anche se non
potevamo più abbracciarla o toccarla. Poi la convinsi a prepararsi
per andare in ospedale a salutare e a toccare la mamma per l’ultima
volta, fino a quando non saremmo diventati anche noi degli angeli, e
allora ci saremmo riunite. Le dissi che papà non era arrabbiato con
lei, ma che era solo disperato e dispiaciuto, le feci capire che
dovevamo farci forza a vicenda e che non l’avrei mai lasciata sola,
anche se in cuor mio sapevo che senza mamma ci saremmo sentite come
due pecorelle nella tempesta e che non avremmo potuto fare grande
affidamento su nostro padre.
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